"Le mie idee, uno schermo e una tastiera sono per me come i capelli di Sansone. Privatemene e diventerò indifeso".

Venti chilometri di passione-Capitolo 9

, by Lorenzo Zuppini




Per arrivare a Praga facemmo prima tappa a Vienna, ovvero l’ultima città che avremmo visitato. Facemmo scalo a Vienna, scendemmo dal treno per aspettare la coincidenza e venimmo investiti da un gran freddo. Abituati come eravamo al caldo terrificante di Zagabria, i quindici gradi appena trovati ci sembrarono meno di zero.
Il viaggio da Zagabria a Vienna durò o sette o otto ore. Non avevamo due posti a sedere come si possono trovare su un qualsiasi treno regionale, ma bensì una piccola stanzina chiusa con sei sedili. C’era già un’altra persona lì dentro, ma entrammo comunque.

 Giulia mi insegnò che potevamo far scivolare in avanti tutti i sedili così da formare una sorta di letto. Lo facemmo con i nostri due e con i due davanti. Dopo un po’ anche il giovanotto di fianco ci imitò.
Giulia era accanto alla porta, io nel mezzo accanto a questo sconosciuto. Stette tutto il tempo girato di spalle verso il finestrino. Aveva pantaloni corti e felpa scura con il cappuccio che si tenne tirato sul capo per tutto il viaggio. Era scarruffato e castano chiaro. Dall’abbigliamento e dallo zaino mi sembrò di intuire che fosse un habitué di viaggi simili. Io non lo ero di sicuro, ma mi sentivo a mio agio.
Iniziò a piovere e il rumore delle gocce sul vetro del finestrino conciliò il nostro sonno.


Fatta la fermata nella fredda Vienna ed arrivati a Praga, ci aspettò alla stazione uno spettacolo poco carino, quasi vomitevole. Era pieno di persone, più o meno giovani, stesi per terra o sulle panchine, visibilmente ubriachi o fatti di droga. Solitamente non mi fanno molto effetto spettacoli di questo tipo, lì invece provai una gran pena.
C’era una ragazza che urlava al telefono e due ragazzi travestiti da donne. Avevano capelli molto corti, ma indossavano comunque due vestiti femminili e si erano coperti la faccia con dei trucchi tipo rossetto e roba simile. Uno dei due aveva le labbra ricolme di quel colore rosso acceso ma che non era stato passato in modo ordinato. Aveva delle sbavature e sembrava che fossero state fatte apposta. Se avessi dovuto mangiar qualcosa in quel posto e in quel momento, avrei sicuramente preferito saltare il pasto.


L’ostello dove avevamo fissato la camera era pieno di giovani. Mi sembravano tutti o inglesi o tedeschi. Avevano quasi tutti i capelli lisci, biondi e scarruffati volontariamente. Erano tipi che calzavano scarpe come all-star o Vans. Portavano pantaloni corti un po’ larghi e maglie di una misura più grandi. Scommetto che dalle loro parti si muovono con uno skateboard o con una Bmx.
Era molto essenziale, ma la camera ci stupì abbastanza: per quanto fosse semplice era originale, dava una bella impressione.


Facemmo una foto alla stanza. Il letto era matrimoniale e non molto lungo. Sulla sua sinistra c’era la finestra, che dava su una stradina, e sulla destra un cassettone e due sedie abbastanza comode.


Il muro sembrava che cadesse a pezzi, mentre invece era fatto in quel modo, cioè non liscio e verniciato in modo non uniforme. Chiedemmo le lenzuola e le federe per i cuscini ed uscimmo per cena.


Ricordo una strada molto larga e bella nel centro di Praga. Lì era pieno di casinò e di baracchini che davano da mangiare hot dog di dimensioni notevoli. Noi, fedeli agli impegni presi all’inizio, ci nutrimmo varie volte lì.


Giulia aveva sempre al collo la sua macchina fotografica. Ne ho già parlato, ma mi torna in mente perché è grande e pesante, e una come lei fa ovviamente fatica a trascinarsela dietro. Io, avendo rotto già a Trieste la mia, mi resi disponibile per portare la sua. Il fatto è che ogni due passi lei voleva che fotografassi qualcosa, la fotografia scattata non le andava quasi mai bene e allora se la riprendeva e rimetteva al collo.


Per ogni località noi ci fermammo circa tre giorni, e Giulia il secondo giorno di Praga indossò un vestito fatto sopra a canottiera e sotto a pantaloncino corto. Mi faceva impazzire. L’amavo e la tenevo sempre per mano.


Da quando eravamo partiti da Trieste non mi ero ricomprato sigarette. Lì a Praga me ne comprai un pacchetto di una marca sconosciuta. Lo pagammo con degli spiccioli, quasi come se non si spendesse niente usando moneta anziché banconote. Andai dal portiere di un albergo lussuoso in quella via centrale per chiedere se avesse avuto da accendere. Fu molto cortese e mi regalò un intero pacchetto di fiammiferi che ancora tengo sulla mia scrivania, nell’angolo dedicato a Giulia e a tutto ciò che la riguarda.
































































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