"Le mie idee, uno schermo e una tastiera sono per me come i capelli di Sansone. Privatemene e diventerò indifeso".

Venti chilometri di passione-Capitolo13

, by Lorenzo Zuppini


Quasi sempre arrivo al mare sabato dopo pranzo, solo qualche volta prima. Il sabato pranziamo tutti, ovvero noi e i miei zii, dalla nonna Loriana.
È esattamente un rito. Bello, piacevole e abbondante sotto tutti i punti di vista. Pranzi faronici che impegnano mia nonna moltissimo ma che non le restituiscono tutto l’impegno messo nella preparazione. Colpa nostra, siamo sempre noi a non darle le dovute attenzioni.
Attorno le 15 e 30 sono a Pietrasanta, sotto casa di Giulia, e mi fermo nel piccolo parcheggio lì di fianco.
“Sono giù, scendi?”
“Dammi cinque minuti e arrivo, ciao.”
“Ok, ciao”
Non mi pesa mai aspettare quei cinque minuti. In altre circostanze mi innervosisco e mi domando perché uno non possa rispettare l’orario pattuito. In questo caso invece ho tempo per fumare una sigaretta, sgranchirmi le gambe e guardare il paesino dal basso verso l’alto. Si perché se rivolgo lo sguardo verso Pietrasanta la vedo crescere fino alle sue mura, mal ridotte ma affascinanti, come se racchiudessero qualcosa di speciale, che non può andare perduto per nessuna ragione al mondo. Poi mi volto e vedo Giulia che cammina verso di me. Il trucco sul suo viso è perfetto, ha i capelli sciolti e piastrati. È vestita di scuro, tonalità che le sta decisamente bene addosso. In bilico sulla sua spalla sinistra c’è la sua borsa da viaggio. È come se ci avessero appiccicato un quadro sopra. Particolare, come Giulia del resto.
“Ciao”, mi da un bacio.
Ricambio senza salutarla.
“Come stai?” le chiedo.
“Bene, e tu?”
“Adesso meglio!”.
Montiamo in macchina e ce ne andiamo verso le Focette.
Ho solo voglia di stringerla, di spogliarla, di farla mia. Mi è mancata così tanto che adesso vorrei passare un giorno intero incollato a lei. Mentre guido lei mi stringe la mano destra e così, quando devo cambiare marcia, è come se lei mi aiutasse a farlo. Quando mi lascia la mano allora sono io che gliela metto sulla gamba sinistra. Ce la struscio forte come se dovessi riscaldarla. Mi racconta di qualche episodio buffo o strano capitato a lei all’università. Mi racconta anche di qualche battuta che suo padre le ha fatto qualche giorno prima. Io rido e le dico che mi è mancata. Lei sorride.
Arrivati a destinazione, parcheggio la macchina davanti casa e prendo la mia e la sua borsa. Non credo d’essere mai arrivato al mare di inverno e di aver trovato la strada asciutta. Piove quasi sempre da quelle parti in quella stagione. Il mio giardino infatti è un tappeto di aghi di pino. L’erba è alta e brutta.
Che effetto che fa quella casa di inverno!
Ci passo così tanto tempo d’estate che, quando ci vado durante il resto dell’anno, rimango sempre sbigottito nel vederla sola, quasi abbandonata. Tutta la gente che conosciamo e che d’estate anima quella zona adesso non c’è, è in città.
I miei vicini di Bergamo non ci sono. La famiglia che stava davanti a noi ormai è quasi sparita. I nonni morti di vecchiaia e il loro figlio deceduto a causa di un incidente in auto.
La casa è fredda. Talmente fredda che si condensa il fiato.
Accendo la luce, il gas, il riscaldamento e l’acqua. La camera dei miei è la più fredda e quella che si riscalda più lentamente.
Guardo il copri letto, lo tocco, lo sento polveroso e mi viene in mente un pezzetto di Buonanotte fiorellino di De Gregori, “la coperta è gelata e l’estate è finita, buonanotte, questa notte è per te”.
Molliamo armi e bagagli e usciamo, così da dare modo alla casa di riscaldarsi. Andiamo a Forte dei Marmi a fare un giretto. Giulia spesso aspettava di venire al mare per comprarsi qualche vestito o un paio di scarpe.
Una volta la accompagnai al Forte in un negozio per un paio di stivali. Mi annoiavo e distrattamente le davo il mio parere su quelle calzature.
“E’ abbastanza scocciato” fa Giulia alla commessa sorridendo.
“Ma gli uomini sono fatti per questo. Dovete accompagnarci nei negozi” risponde ironicamente la commessa
“E voi siete fatte solo per sperperare soldi in vestiti” ricambio io a tono.
Silenzio di tomba con Giulia che mi guarda assai male.
Sotto Natale Forte dei Marmi è molto bella. Oddio, è bella sempre, a parte la spocchia che contraddistingue chi ci abita.
Ci sono mille luci, tutti i negozi in centro hanno addobbato le vetrine rendendole favolose. Ho accanto Giulia con un cappello di lana incredibilmente carino. È giallo e lei ha il viso sommerso dall’enorme sciarpa che si è messa attorno al collo. Spuntano gli occhi. Le dico che sembra uno gnometto e lei allora nasconde anche gli occhi sotto la sciarpa.
Mangiamo qualcosa di caldo che fanno in alcune bancarelle poste ai margini della strada principale. Giulia si ferma a curiosare in una bancarella di bigiotteria ma non compra niente.
Una volta, anziché stare in centro a Forte, andammo sul pontile. Era freddo da morire e Giulia tremava. È una di quelle situazioni in cui temi che una folata di vento te la porti via. Vengo avvicinato da un signore distinto.
“Scusi, mi sa dire che ore sono?” mi chiede questo sconosciuto
“Si certo. Sono le otto e mezzo” rispondo sicuro io. A questo tizio prende un colpo.
“Davvero?!” mi incalza lui
“Ah no scusi, sono le diciotto e trenta”. Avevo letto solo l’ultimo numero delle ore, così stavo per far venire un attacco di panico ad un povero innocente. Giulia, appena quest’uomo si allontanò, si mise a ridere fragorosamente.
Andammo a vedere il mare. Era scuro e faceva paura. Sinceramente se un cagnolino fosse caduto in mare in quel momento, non sarei stato io a salvarlo. Tra i miei problemi di vertigini e le onde alte, col cavolo che mi sarei buttato.
Dopo un po’ ci accorgiamo che è quasi ora di cena. A me non dispiace cenare in casa. Neanche fuori, ma sto sempre volentieri in casa a cena con lei. Vedendoci di rado però rimaniamo in casa solo se abbiamo da preparare qualcosa di strano e divertente, come quando preparammo i tacos o la pizza. Altrimenti Giulia si incarica di fissare in un posto a Pietrasanta. Andiamo sempre lì perché ce ne sono un’infinità, davvero moltissimi. Così torniamo a casa, ci accorgiamo che è ancora freddissima, ci cambiamo e ripartiamo verso l’interno della Versilia.
Mentre camminiamo per il centro del paese diretti al ristorante, ho sempre l’impressione che tutti i passanti ci guardino. Credo si compiacciano nel vedere una bella coppia come siamo noi.
Al ristorante Giulia è molto fine, educata e lenta nel consumare il pasto, come dovremmo essere tutti per altro.
Si mette sempre i capelli davanti la spalla destra, così che le si scopra il collo e si lasci intravedere il colletto della camicia di seta bianca che si è appena comprata. È graziosa e posata.
Mi richiama sempre se mentre mangio faccio un verso con la bocca o se divoro il cibo troppo velocemente.
In quel momento non riesco a non immaginarla coi suoi figli, magari i nostri futuri figli, mentre li sgrida sotto voce.
Dopo cena è d’obbligo un giretto a Pietrasanta. La conosciamo a memoria ma non possiamo non avere voglia di girare per la piazza del Duomo, di vedere “il matto di Pietrasanta” fare le mega bolle di sapone e di rimanere stupiti stando in quel posto prettamente estivo ma che ti fa sentire a casa pure d’inverno.
Torniamo alle Focette, entriamo in casa e guardiamo col portatile di Giulia il film che avevamo pattuito di vedere. Lei a metà film si addormenta appoggiata al mio braccio. Io finisco di guardare il film e mi sdraio abbracciandola.
“Buonanotte. Ti amo” le sussurro all’orecchio.
“’Notte amore” risponde lei.
Mi stringe la mano e si addormenta.
La mattina facciamo colazione.
Siamo tristi entrambi perché dobbiamo ripartire. Io devo tornare a Pistoia e lei a Casorate.
La accompagno a casa sua a Pietrasanta, un’altra volta.
Mi fermo nuovamente nel piccolo parcheggio di fianco casa sua.
Scendiamo e io la stringo a me. Sono a pezzi ma anche fiero di quel che sto facendo. È impegnativo e sfibrante mantenere un rapporto con quella distanza di mezzo.
Mi bacia e si avvia verso il cancello di casa.
Ha la sua borsa di Paul Smith appoggiata sulla spalla destra e le deve provocare dolore.
Sua mamma si affaccia alla finestra e mi manda un bacio.
La saluto e monto in macchina.
Rallento davanti al cancello perché Giulia è lì ad aspettarmi.
C’è la strada e il finestrino della macchina di mezzo, ma le mando un bacio e lei lo prende.
Ci vediamo tra tre settimane Giugiù.

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